MICHELE STIVAL04 / PENSIERI / MOTORI
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13 Oct 2026Motori6 min read

Perché i motociclisti hanno smesso di salutarsi?

Due dita abbassate verso l’asfalto, per decenni il saluto tra motociclisti. Oggi resta spesso senza risposta: ha ancora senso continuare?

Illustrazione in bianco e nero: un motociclista sorridente su una strada costiera al tramonto, con un borgo sul mare alle spalle, alza la mano facendo una V con due dita; dietro di lui un altro motociclista fa lo stesso gesto.

In sintesi

  • Per decenni il saluto con due dita a V tra motociclisti è stato un’abitudine così radicata da non richiedere spiegazioni; oggi resta sempre più spesso senza risposta.
  • Più delle origini, incerte, conta perché il gesto ha resistito: condensava l’appartenenza a una minoranza esposta agli stessi elementi e una solidarietà concreta.
  • Con tanti motociclisti, molto diversi fra loro, possedere una moto dice meno di chi ci sta sopra; e con traffico e curve la sicurezza viene prima delle convenzioni.
  • I gesti sociali apparentemente inutili segnalano che abbiamo visto l’altro: salutare senza pretendere risposta è anche un modo per insegnarli.

Ci sono gesti che impari andando in moto senza che nessuno te li insegni. Incroci un altro motociclista, abbassi leggermente la mano sinistra e fai una V con due dita. Lui risponde allo stesso modo, oppure con un cenno del casco. Se lo stai superando, magari sposta un piede dalla pedana.

Dura un secondo, forse meno. Non sai chi sia quella persona, dove stia andando, che lavoro faccia e nemmeno che faccia abbia, nascosta com’è dietro la visiera del casco. Eppure vi siete salutati.

Una cosa abbastanza curiosa, a pensarci. Se guidassimo un’automobile e salutassimo ogni automobilista che incrociamo, probabilmente ci prenderebbero per matti.1 In moto, invece, è stata per decenni una consuetudine talmente radicata che nessuno sentiva il bisogno di spiegarla.

Ultimamente, però, qualcosa sembra essere cambiato. Sempre più spesso il saluto rimane senza risposta. E sempre più motociclisti, stanchi di salutare a vuoto, hanno smesso di farlo.

Mi sono chiesto perché. E soprattutto se abbia ancora senso insistere.

L’ombra di un motociclista in sella proiettata sull’asfalto dell’autostrada, in corsa, con un furgone bianco davanti nella corsia di sorpasso.

Una piccola forma di appartenenza

Sull’origine del saluto tra motociclisti circolano diverse storie. C’è chi lo fa risalire addirittura ai cavalieri medievali, che si riconoscevano e si salutavano incontrandosi a cavallo, e chi preferisce collocarlo negli Stati Uniti, tra gli Harleisti degli anni Settanta.

Sono ricostruzioni suggestive, anche se difficili da considerare una genealogia storica accertata. Probabilmente il gesto che conosciamo oggi si è consolidato attraverso abitudini e influenze differenti.

Personalmente, trovo che la sua origine conti relativamente poco. Mi interessa molto di più il motivo per cui si sia diffuso e, soprattutto, per cui abbia resistito così a lungo.

Per parecchio tempo andare in moto ha significato appartenere a una minoranza abbastanza riconoscibile. Chi viaggiava su due ruote condivideva con gli altri motociclisti qualcosa che andava oltre il mezzo di trasporto: l’esposizione agli elementi, una certa disponibilità ad accettare il rischio, il piacere di percorrere una strada senza essere separato da ciò che lo circonda da un abitacolo.

Pioggia, caldo, freddo, vento. Se sei in moto, sai che anche quello davanti a te sta vivendo più o meno le stesse sensazioni.

E poi c’era una componente di solidarietà molto concreta. Una moto ferma sul ciglio di una strada poteva significare un guasto, una gomma bucata, qualche problema difficile da risolvere senza aiuto. Fermarsi per dare una mano era una possibilità naturale, anche tra persone che non si erano mai viste.

Il saluto condensava questa appartenenza in un gesto.

Naturalmente era una rappresentazione un po’ romantica della realtà. Possedere una motocicletta non ha mai garantito di essere una brava persona, né tantomeno di essere disponibile ad aiutare qualcuno in difficoltà. Ma le convenzioni sociali funzionano anche così: esprimono un’aspettativa reciproca, pur senza offrire alcuna garanzia.

Mi viene in mente un’altra abitudine, quella di salutare le persone che incrociamo sui sentieri di montagna. Anche lì ci si saluta tra sconosciuti. Un «buongiorno», un cenno, qualche volta due parole sul percorso o sulle condizioni del sentiero. Non esiste nessuna ragione pratica per farlo, almeno nella maggior parte dei casi. Eppure viene spontaneo, forse perché condividere un’esperienza, anche soltanto per qualche istante, crea un piccolo legame.

E capita anche in montagna, sempre più spesso, che qualcuno passi senza alzare lo sguardo. La cosa mi colpisce persino di più, perché lì è difficile attribuire il mancato saluto alla fretta, al traffico o alla necessità di concentrarsi sulla guida.

Quando una comunità diventa troppo grande

Nel frattempo, sulle strade, i motociclisti sono diventati tanti. E molto diversi fra loro.

Ci sono quelli che viaggiano con pachidermi enormi da turismo, quelli delle sportive che sembrano uscite dal Mugello, i possessori di Harley-Davidson con gilet di pelle e stemmi sulla schiena, chi usa una piccola 125, chi attraversa l’Europa con una vespa e chi prende lo scooter ogni mattina per andare a lavorare.

Tutti su due ruote, ma con motivazioni e modi di interpretarle che possono essere lontanissimi.

Una volta forse era più semplice riconoscersi in una categoria relativamente omogenea. Oggi il fatto di possedere una moto dice molto meno della persona che ci sta sopra.

E via con le distinzioni… C’è chi saluta soltanto i motociclisti della propria marca, chi considera degni di risposta solo quelli che guidano una moto di grossa cilindrata, chi non saluta gli scooter perché, evidentemente, non sarebbero moto abbastanza autentiche.

A questo si aggiunge un aspetto banalmente pratico: su certe strade, in alcuni periodi dell’anno, incroci talmente tante moto che dovresti passare il viaggio con due dita continuamente sollevate. E se sei impegnato in una curva, su un asfalto dissestato o in mezzo al traffico, hai preoccupazioni ben più importanti di rispondere a un saluto.

Ci sta. La sicurezza viene prima delle convenzioni.

Dalla sella di una moto ferma, oltre il cupolino: un bivio sulla SS67 Tosco-Romagnola con i cartelli per Firenze (44 km), Forlì (56 km) e il Passo del Muraglione (3 km), davanti a una parete di roccia con reti paramassi.

Il valore di un gesto che non serve a niente

A questo punto si potrebbe obiettare che stiamo dedicando un’esagerata quantità di attenzione a una sciocchezza. In fondo, stiamo parlando di due dita alzate per un secondo. Se qualcuno non risponde, pazienza. La vita continua e il viaggio pure.

Per quanto corretto, credo che ci sia qualcosina in più. Le abitudini sociali apparentemente inutili hanno spesso una funzione che percepiamo soltanto quando cominciano a scomparire.

Pensiamo al saluto entrando in un negozio, a un cenno di ringraziamento quando qualcuno ci lascia passare nel traffico, al buongiorno scambiato con una persona che incontriamo regolarmente senza conoscerne neppure il nome.2

Nessuno di questi gesti cambia davvero la nostra giornata. Almeno non nell’immediato. E nessuno ci garantisce che l’interlocutore sia una persona piacevole o che ricambierebbe una nostra eventuale gentilezza.

Sono piccole manifestazioni di attenzione reciproca. Segnalano che abbiamo visto l’altro, che per un istante lo abbiamo riconosciuto come qualcuno con cui condividiamo uno spazio o un’esperienza.3

Se saluto un altro motociclista soltanto perché mi aspetto che ricambi, il gesto diventa una piccola transazione. Io faccio qualcosa, tu devi fare altrettanto. Quando questo scambio smette di funzionare, mi sento autorizzato a interromperlo.

Per quanto mi riguarda, credo che continuerò a salutare chi incrocio, quando le condizioni della strada lo permettono. Senza classificare le moto, senza pretendere risposte e senza trasformare una piccola consuetudine in una questione di principio.

Mi piace pensare che quel gesto continui a significare qualcosa, anche se ormai non siamo tutti d’accordo su cosa.

Magari un giorno incrocerò un motociclista più giovane, uno di quelli che non hanno mai conosciuto quest’abitudine. Vedrà la mia mano abbassarsi per fare una V, si chiederà che cosa significhi e magari, la volta successiva, proverà a ricambiare. Le abitudini, in fondo, si imparano anche così. Guardando quello che fanno gli altri.

E sarebbe curioso se una tradizione che sembra destinata a scomparire riuscisse a sopravvivere semplicemente perché qualcuno, ogni tanto, continua ad alzare due dita.

Fonti e approfondimenti

  1. Erving Goffman, Behavior in Public Places: Notes on the Social Organization of Gatherings, The Free Press, 1963: il capitolo sulla «civil inattention», il riconoscimento minimo e subito ritirato che ci scambiamo tra sconosciuti. archive.org
  2. Gillian M. Sandstrom, Elizabeth W. Dunn, “Social Interactions and Well-Being: The Surprising Power of Weak Ties”, Personality and Social Psychology Bulletin, 40(7), 2014. journals.sagepub.com
  3. Gillian M. Sandstrom, Elizabeth W. Dunn, “Is Efficiency Overrated? Minimal Social Interactions Lead to Belonging and Positive Affect”, Social Psychological and Personality Science, 5(4), 2014. journals.sagepub.com
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