MICHELE STIVAL04 / PENSIERI / MOTORI
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25 Jun 2026Motori4 min read

Una moto non ha notifiche

In moto l’attenzione non si può dividere. Per questo guidare è uno dei pochi momenti in cui la presenza non è una scelta, ma una condizione.

In sintesi

  • In moto il telefono è come se non ci fosse: qualunque cosa succeda, dovrà aspettare.
  • Guidare chiede un’attenzione che non si può dividere, e proprio per questo è riposante.
  • In moto si è dentro il paesaggio, non dietro un vetro: informazioni che nessuno ha progettato per catturarci.
  • La lezione da portare a casa: giudicare i momenti della giornata da quanto spazio lasciano all’interruzione, e quanto a noi.

Passo buona parte delle mie giornate davanti a uno schermo, o con uno schermo a portata di mano. È il mio lavoro, e mi piace. Ma ho capito presto che avevo bisogno di almeno un posto in cui lo schermo non potesse entrare. Per me quel posto è la moto.

Non è una scelta romantica. È una questione molto pratica. In moto non si può rispondere a un messaggio, non si può scorrere niente, non si può controllare la posta “solo un attimo”. Il telefono può essere in tasca, ma è come se non ci fosse. Qualunque cosa succeda là dentro, dovrà aspettare.

E questa attesa, all’inizio, è quasi strana. Poi diventa la parte migliore.

In moto su una strada a due corsie in pianura: in primo piano l’ombra del motociclista sull’asfalto, più avanti un furgone bianco.
Di rientro da un giretto di 1000 km in tre giorni.

Un’attenzione che non si divide

In macchina possiamo illuderci di fare due cose insieme. Ascoltare un podcast, parlare al vivavoce, dare un’occhiata al navigatore. Non è una buona idea, ma l’abitacolo ci protegge abbastanza da farcelo credere possibile. In moto quell’illusione non regge.

Guidare una moto chiede tutto. Lo sguardo deve leggere l’asfalto, anticipare una curva, accorgersi di una macchia d’olio, di un’auto che rallenta, di un ramo sulla strada. Il corpo deve rispondere senza ritardi. Il pensiero non può andare altrove, perché altrove non c’è niente che sia più urgente di quello che succede nei prossimi cento metri.

È un’attenzione che non si può dividere. Non per disciplina, ma per necessità. E proprio per questo è riposante. Nella vita di tutti i giorni l’attenzione è sempre contesa: una parte su quello che facciamo, una parte su quello che potrebbe arrivare. In moto la contesa finisce. C’è una sola cosa da fare, e la si fa per intero.

In moto non si stacca la spina perché lo si decide. Si stacca perché non c’è spazio per nient’altro.

Essere dentro il paesaggio

C’è una differenza che chi va in moto conosce bene. In macchina il paesaggio scorre dietro un vetro, come in una finestra. In moto ci sei dentro. Senti la temperatura che cambia quando entri in una valle, l’odore dell’erba tagliata, l’umidità vicino a un fiume, il vento che spinge di lato su un tratto aperto.1

Sono informazioni che il corpo raccoglie senza bisogno di chiederlo. Nessuna di queste arriva da uno schermo. Nessuna è stata progettata per catturarci. Arrivano perché siamo lì, e solo finché siamo lì.

Credo che sia questo il motivo per cui, dopo un giro, mi sento più lucido. Non più riposato in senso fisico, a volte anzi il contrario. Ma con la testa più ordinata, come se l’attenzione avesse avuto finalmente il permesso di stare in un posto solo.2

Una lezione che si porta a casa

Non tutti hanno una moto, e non serve averla. La moto, per me, è solo l’esempio più chiaro di un’esperienza che impone la presenza invece di chiederla. Ce ne sono altre: una camminata in montagna, un lavoro manuale, uno strumento musicale, una conversazione vera. Hanno tutte una cosa in comune. Non lasciano spazio per l’interruzione.

Quello che porto a casa, ogni volta, è una domanda semplice. Se in moto riesco a stare in un posto solo per ore, perché davanti a una scrivania faccio fatica a farlo per venti minuti? La risposta non è che la moto sia più interessante del lavoro. È che la moto non mi offre vie di fuga. La scrivania, con un telefono accanto, ne offre in continuazione.

Una moto non ha notifiche. Non è una mancanza, è il suo pregio più grande. E forse è anche un buon criterio per giudicare gli altri momenti della giornata: quanto spazio lasciano all’interruzione, e quanto ne lasciano a noi.

Fonti e approfondimenti

  1. Robert M. Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta (Zen and the Art of Motorcycle Maintenance, William Morrow, 1974): in apertura la macchina è descritta come uno scompartimento da cui si guarda il mondo come attraverso uno schermo, mentre in moto quella cornice scompare. worldcat.org
  2. Stephen Kaplan, “The restorative benefits of nature: Toward an integrative framework”, Journal of Environmental Psychology, 15(3), 1995, pp. 169–182. doi:10.1016/0272-4944(95)90001-2
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