Chi decide quando interromperci?
Dietro ogni notifica c’è una decisione che quasi sempre non abbiamo preso noi. Abbiamo dato a decine di applicazioni il permesso di entrare nella nostra testa quando vogliono.

In sintesi
- Dietro ogni notifica c’è una decisione che quasi sempre non abbiamo preso noi: abbiamo dato a decine di applicazioni il permesso di interromperci.
- Il costo non sono i secondi per leggerla, ma il ragionamento da recuperare: si compensa accelerando, e si pagano stress e fatica.
- Dopo anni di notifiche controlliamo il telefono anche quando non vibra: siamo diventati noi la notifica.
- La soluzione non sono le disintossicazioni, ma partire dal silenzio e abilitare le eccezioni, un permesso alla volta.
Una notifica sembra una cosa insignificante. Un suono, una vibrazione, un rettangolo che compare per qualche secondo nella parte alta dello schermo.
Richiede pochissimo: uno sguardo, al massimo.
Anzi… Al minimo richiede uno sguardo
Perché dietro “solo quello sguardo” c’è già una decisione che, quasi sempre, non abbiamo preso noi. Qualcuno ha stabilito che quel messaggio, proprio in quel momento, meritava di interrompere qualunque cosa stessimo facendo.
A volte è davvero qualcuno: mia moglie, mio figlio, un collega, un cliente. Molto più spesso è un sistema che sta cercando di riportarmi dentro un’applicazione. È successo qualcosa. Qualcuno ha pubblicato qualcosa. C’è un aggiornamento. Un contenuto che “potrebbe interessarmi”. Una promozione che scade. Una persona che non sento da mesi ha appena aggiunto una storia.
Qualcuno che ci tira per la giacchetta, come dicevano un tempo.
Quando insegno Digital Mindfulness torno spesso su questo concetto perché secondo me descrive bene il problema dell’attenzione nel digitale: la maggior parte delle nostre interruzioni non nasce da una nostra scelta.
Abbiamo semplicemente dato a decine di applicazioni il permesso di decidere quando possono entrare nella nostra testa.
E quasi sempre lo abbiamo fatto premendo “Consenti” senza pensarci più di tanto.
Il problema arriva dopo la notifica
Siamo portati a valutare il costo di una notifica in base al tempo necessario per leggerla.
Tre secondi. Cinque secondi. Dieci, se dobbiamo rispondere.
In realtà quei secondi contano relativamente poco.
Sto scrivendo una mail, ragionando su un preventivo, cercando di capire perché un progetto non funziona come dovrebbe. Arriva un WhatsApp. Lo leggo. Già che ci sono rispondo. Vedo un’altra conversazione con un messaggio non letto, apro anche quella. Poi torno alla mail.
Tecnicamente sarò stato via un minuto.
Mentalmente no: devo recuperare il ragionamento, capire dove ero arrivato, ricostruire quello che avevo in testa pochi istanti prima. A volte ci riesco immediatamente, altre volte devo rileggere mezzo paragrafo.
Se succede una volta cambia poco. Se succede trenta, quaranta, cinquanta volte durante una giornata, cambia molto.
Nei corsi faccio spesso aprire alle persone la cronologia delle notifiche dello smartphone. Quasi sempre la reazione è la stessa: non tanto stupore per il numero, quanto per il fatto di non essersene resi conto.
Ed è abbastanza logico, dato che ci siamo abituati.
Un’interruzione, per definizione, dovrebbe essere un’eccezione. Quando avviene continuamente entra nel paesaggio e smettiamo perfino di percepirla come tale.
Gli studi sul lavoro interrotto hanno osservato anche un fenomeno apparentemente strano: quando veniamo interrotti possiamo compensare aumentando il ritmo e continuare quindi a produrre apparentemente allo stesso livello. Solo che aumentano anche stress, senso di pressione e affaticamento.1
Mi interessa molto questo passaggio perché spiega una sensazione che credo conosciamo tutti: arrivare alla sera avendo fatto molte cose e, contemporaneamente, con l’impressione di non averne fatta davvero bene nessuna.
Abbiamo corso tutto il giorno per recuperare le continue piccole perdite di concentrazione.
A un certo punto il telefono non ha più bisogno di chiamarci
C’è però un passaggio successivo che trovo ancora più curioso.
Dopo anni di notifiche, impariamo il comportamento: prendiamo in mano il telefono senza che abbia vibrato, apriamo WhatsApp per controllare se c’è qualcosa. Aggiorniamo la posta elettronica pur avendola controllata quattro minuti prima. Sblocchiamo lo smartphone, guardiamo qualche icona e spesso lo rimettiamo giù senza sapere nemmeno bene perché lo avevamo preso.
Capita di farlo anche a me.
E quando me ne accorgo trovo interessante osservare il gesto: non stavo cercando un’informazione precisa, non aspettavo nessuno, non avevo qualcosa da fare. Ho semplicemente controllato se fosse successo qualcosa.
È il momento in cui il sistema ha ottenuto il risultato migliore possibile. La notifica può anche non arrivare più.
Siamo diventati noi la notifica.
Il cervello ha imparato che dentro quel dispositivo, ogni tanto, compare qualcosa di nuovo: un messaggio, una mail, una notizia, un like, qualsiasi cosa. Non sappiamo quando arriverà e proprio questa imprevedibilità rende molto facile continuare a controllare.2
È lo stesso motivo per cui spesso il gesto precede perfino il pensiero.
Ogni notifica è quindi una piccola delega sul nostro tempo. Presa singolarmente è quasi irrilevante. Il problema nasce quando non ricordiamo più quante deleghe abbiamo firmato.
Le impostazioni predefinite raccontano per chi è stato progettato il sistema
C’è poi un aspetto che conosco bene anche dall’altro lato, perché da più di vent’anni lavoro nella progettazione di prodotti e servizi digitali. Quando installiamo un’applicazione, l’applicazione vuole restare presente.
Ed è comprensibile, dato che chi ha investito tempo e denaro per costruire un prodotto vuole che le persone tornino a utilizzarlo. E tra aspettare che io ricordi spontaneamente di aprirlo e mandarmi una notifica, la seconda soluzione funziona decisamente meglio.
Per questo trovo interessante osservare le impostazioni iniziali.
Le notifiche sono quasi sempre attive. Newsletter, aggiornamenti, suggerimenti, reminder, badge, offerte, attività degli altri utenti.
Ogni servizio, visto individualmente, ha una spiegazione perfettamente razionale per chiedere un pezzo della nostra attenzione.
Il problema emerge quando ne mettiamo insieme cinquanta.
O cento.
Nessun progettista ha deciso deliberatamente di interrompermi cento volte durante la giornata. Ognuno ha semplicemente ottimizzato la propria piccola porzione di esperienza.
La somma delle ottimizzazioni produce qualcosa che nessuno probabilmente sceglierebbe volontariamente.
È una dinamica che nel digitale ricorre continuamente: ciò che è razionale per il singolo servizio può essere pessimo per la persona che usa contemporaneamente tutti quei servizi.
Per questo ormai, quando installo qualcosa, la domanda che cerco di farmi è molto semplice: questa applicazione deve davvero avere il diritto di decidere quando interrompermi?
Per WhatsApp la risposta può essere sì.
Per l’app della banca, probabilmente voglio sapere immediatamente se viene utilizzata la mia carta.
Per l’app di un e-commerce che mi informa che “ci sono novità per me”, decisamente meno.
La differenza sembra banale, ma normalmente lo smartphone non la fa al posto nostro. Arriva quasi tutto sullo stesso piano, con lo stesso suono, nello stesso spazio dello schermo.
Io ormai parto quasi sempre dal silenzio
Negli anni ho cambiato approccio. Una volta lasciavo attive le notifiche e toglievo quelle che diventavano fastidiose. Oggi tendo a fare il contrario: parto dal presupposto che un’applicazione non debba interrompermi e abilito le eccezioni quando mi servono davvero.
È una differenza piccola, ma cambia completamente il risultato finale.
Tengo ciò che riguarda persone o eventi che richiedono realmente una risposta tempestiva. Tolgo quasi tutto ciò che serve semplicemente a ricordarmi dell’esistenza di un’applicazione.
E provo, quando posso, a separare il concetto di arrivo da quello di lettura.
Una mail può arrivare alle 10:17 senza che io debba necessariamente leggerla alle 10:17.
Un messaggio può aspettare venti minuti.
Una notizia sicuramente può aspettare.
Questo vale soprattutto per un oggetto che portiamo addosso tutto il giorno. Il telefono è sulla scrivania, in macchina, sul divano, accanto al letto. Lo abbiamo a trenta centimetri dal corpo per buona parte della nostra vita. Se gli permettiamo di stabilire continuamente quando rivolgergli l’attenzione, non deve nemmeno fare un grande sforzo per vincere.
E infatti, quando devo fare qualcosa che richiede davvero concentrazione, la soluzione più efficace che abbia trovato rimane anche quella tecnologicamente meno sofisticata: metterlo fuori portata.3
Non capovolto sulla scrivania. Non in modalità silenziosa davanti a me.
Lontano.
Perché conosco abbastanza bene me stesso da sapere che anche senza suoni o vibrazioni, a un certo punto potrei prenderlo in mano semplicemente per vedere cosa è successo nel frattempo.
L’attenzione è una risorsa finita
Tendiamo a parlare delle notifiche come di una funzione dello smartphone. A me interessano soprattutto perché rendono visibile qualcosa di molto più grande: la competizione per la nostra attenzione.
E l’attenzione ha una caratteristica piuttosto scomoda. È limitata.
Se sto prestando attenzione a una cosa, in quel momento ne sto necessariamente sottraendo a qualcos’altro.
Al lavoro significa perdere continuità mentre sto ragionando. A cena significa ascoltare meno la persona davanti a me. Mentre leggo significa uscire dal mondo che l’autore stava costruendo. Durante una passeggiata può significare attraversare un posto senza guardarlo davvero.
Lo smartphone rende tutto questo particolarmente evidente perché concentra nello stesso oggetto persone, lavoro, informazione, intrattenimento, socialità e una quantità praticamente infinita di possibili distrazioni.
Ed è un oggetto straordinariamente utile. Io per primo non avrei alcuna voglia di tornare al mondo precedente, pur avendolo vissuto con estremo godimento (ahhh gli anni 90!)
Proprio per questo credo abbia senso decidere con molta più attenzione chi possiede il diritto di interromperci.
Per anni abbiamo distribuito quel diritto con estrema generosità. Un’applicazione alla volta, un “Consenti” alla volta, fino a costruire telefoni nei quali praticamente tutto poteva richiedere la nostra attenzione in qualsiasi momento.
Riprendersela richiede il percorso inverso.
Non grandi disintossicazioni digitali, settimane senza smartphone o altre prove di forza che durano finché dura la motivazione. Bastano decisioni molto più banali: questa sì, questa no; questa persona può interrompermi, questa applicazione aspetterà che sia io ad aprirla.
Alla fine continuo ad avere lo stesso telefono, le stesse applicazioni e più o meno gli stessi messaggi.
È cambiato soprattutto chi decide quando guardarli.
Fonti e approfondimenti
- Gloria Mark, Daniela Gudith, Ulrich Klocke, “The Cost of Interrupted Work: More Speed and Stress”, CHI ’08, ACM, 2008, pp. 107–110. doi:10.1145/1357054.1357072
- Kostadin Kushlev, Jason Proulx, Elizabeth W. Dunn, “‘Silence Your Phones’: Smartphone Notifications Increase Inattention and Hyperactivity Symptoms”, CHI ’16, ACM, 2016, pp. 1011–1020. doi:10.1145/2858036.2858359
- Adrian F. Ward, Kristen Duke, Ayelet Gneezy, Maarten W. Bos, “Brain Drain: The Mere Presence of One’s Own Smartphone Reduces Available Cognitive Capacity”, Journal of the Association for Consumer Research, 2(2), 2017, pp. 140–154. doi:10.1086/691462