MICHELE STIVAL04 / PENSIERI / SOCIETÀ
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03 Oct 2026Società7 min read

La memoria serve anche a dimenticare

Finiamo un libro e dopo qualche settimana ne ricordiamo pochissimo. Forse la memoria non ci sta tradendo: sta facendo una delle cose per cui esiste.

Una persona di spalle osserva, al tramonto su una terrazza con vista sui tetti di Roma, un cane color miele circondato da tante figure semitrasparenti di cani simili.

In sintesi

  • Il cervello riduce continuamente la complessità: cancella, interpreta e generalizza per costruire categorie come «cane».
  • La ricerca parla di oblio adattivo: dimenticare riduce l’interferenza, aggiorna ciò che sappiamo e aiuta a generalizzare.
  • Il Funes di Borges ricorda tutto e per questo fatica a pensare: «Pensare è dimenticare differenze, generalizzare, astrarre».
  • Leggere non è studiare per un esame: di un libro conta l’idea che resta e continuiamo a usare, non la quantità di dettagli trattenuti.

Sapete qual è una delle funzioni fondamentali del cervello? Risparmiare energia. Sempre.

D’altronde è una specie di noce di cocco con cinque sensori collegati: riceve continuamente una quantità enorme di informazioni dall’esterno e dall’interno del nostro corpo e deve decidere cosa farne. Cosa merita attenzione, cosa va conservato, cosa può essere ignorato. Non può registrare tutto e, soprattutto, non avrebbe alcuna utilità farlo.

Nel primo corso di PNL Practitioner che frequentai, uno dei concetti iniziali era proprio questo: per costruire la nostra rappresentazione della realtà utilizziamo continuamente tre processi, cancellazione, distorsione e generalizzazione.

La PNL li utilizza come modello per descrivere il modo in cui costruiamo soggettivamente l’esperienza; non è una teoria neuroscientifica del funzionamento della memoria. Quell’idea mi è rimasta impressa: davanti a una realtà infinitamente più complessa di quanto possiamo gestire, eliminiamo informazioni, le interpretiamo e costruiamo categorie. In pratica riduciamo continuamente la complessità del mondo.

Se ogni volta che incontrassimo un cane dovessimo ripartire da zero — quattro zampe, pelo, coda, una certa forma del muso, comportamento, dimensioni — passeremmo buona parte della giornata a capire che quello davanti a noi è un cane.

Invece abbiamo una categoria: cane.

Dentro ci mettiamo un chihuahua e un alano, che a guardarli con sufficiente attenzione hanno meno cose in comune di quanto sembri. E per alcuni, soprattutto qui in Veneto, la parola “cane” ha anche utilizzi ulteriori che esulano dalla zoologia.

Mi è tornato in mente tutto questo leggendo alcune persone che raccontavano una frustrazione molto comune: terminare un libro, magari averlo anche apprezzato, e qualche settimana dopo rendersi conto di ricordarne pochissimo.

La reazione spontanea è pensare di avere una cattiva memoria.

Abbiamo letto trecento pagine e ci sono rimaste tre idee. Abbiamo dimenticato i nomi dei personaggi secondari, gli esempi, una quantità enorme di passaggi che mentre leggevamo ci erano sembrati perfettamente chiari. A distanza di mesi magari non siamo nemmeno più in grado di spiegare con precisione la struttura del libro.

E quindi abbiamo la sensazione di aver perso qualcosa.

Ma cosa ci aspettiamo esattamente dalla memoria?

Se la immaginiamo come un hard disk sul quale archiviare una copia fedele di ciò che leggiamo, probabilmente siamo destinati alla frustrazione: il nostro cervello non sembra essere stato costruito per funzionare così.

La ricerca contemporanea sulla memoria parla infatti anche di adaptive forgetting, dimenticanza adattiva: dimenticare può ridurre l’interferenza tra informazioni, permettere di aggiornare ciò che sappiamo e contribuire alla costruzione di conoscenze più generali.1 Alcuni ricercatori arrivano a considerare l’oblio una forma di plasticità, non semplicemente il risultato di qualcosa che si è deteriorato nel tempo.2

Una cosa molto diversa dalla perdita patologica della memoria, naturalmente. Qui stiamo parlando del normale lavoro di selezione che avviene continuamente nella nostra testa.

Borges lo aveva raccontato in maniera molto più efficace parecchi decenni prima in Funes, el memorioso.3

Ireneo Funes, dopo un incidente, possiede una memoria praticamente perfetta (la cosiddetta “memoria assoluta”). Ricorda ogni cosa vista, percepita o immaginata, con una precisione che per noi sarebbe inconcepibile. Borges porta questa capacità fino alla sua conseguenza più assurda: Funes riesce a ricostruire nella propria mente un’intera giornata senza dimenticare nulla, ma per farlo gli occorre un’altra giornata intera.

A prima vista sembra un superpotere, ma nel racconto diventa progressivamente qualcosa di molto simile a una condanna.

Noi guardiamo un albero. Funes vede ogni singola foglia, la posizione di ciascuna, le variazioni della luce, ciò che differenzia quell’istante da quello immediatamente successivo. E conserva tutto. Il problema nasce quando deve passare dal particolare al generale.

Torniamo al cane.

Per noi il cane visto alle 15:14 di profilo e lo stesso cane visto alle 15:15 frontalmente sono, banalmente, lo stesso cane. Anzi, riusciamo a usare la medesima parola anche per indicare milioni di animali che non abbiamo mai visto e che sono molto diversi tra loro.

Funes percepisce invece così tante differenze da trovare quasi incomprensibile questa generalizzazione.

Ogni istante produce un oggetto diverso.

Borges sintetizza tutto in una frase che trovo straordinaria: «Pensare è dimenticare differenze, generalizzare, astrarre».

Siamo abituati ad associare una memoria eccezionale a una mente eccezionale. Borges ribalta il sillogismo: una memoria incapace di perdere dettagli rischia di diventare un ostacolo al pensiero.

Per costruire il concetto di cane dobbiamo dimenticare una quantità enorme di caratteristiche dei singoli cani.

Per costruire il concetto di automobile dobbiamo ignorare colore, modello, cilindrata, anno di produzione e migliaia di altri particolari.

Per capire una persona facciamo continuamente la stessa cosa, con tutti i rischi che questo comporta: selezioniamo alcuni comportamenti, ne dimentichiamo altri e creiamo una rappresentazione relativamente stabile di quella persona.

La generalizzazione ci permette di pensare velocemente, ma produce anche stereotipi. La cancellazione ci evita di essere travolti dalle informazioni, ma può farci perdere elementi importanti. L’interpretazione dà significato agli eventi, ma quello stesso evento può essere interpretato in modo molto diverso da due persone.

Sono scorciatoie indispensabili e contemporaneamente fonti inesauribili di errori.

Anche Il profumo di Patrick Süskind gioca, in modo diverso, con l’idea di una capacità sensoriale portata a un livello mostruoso.

Jean-Baptiste Grenouille possiede un olfatto fuori da ogni misura. È in grado di distinguere, conservare mentalmente e combinare migliaia di odori. La sua non è propriamente una memoria perfetta alla Funes: Süskind costruisce soprattutto una storia sull’ossessione. Grenouille vuole catturare gli odori, impossessarsene, arrivare a creare un profumo capace di esercitare un potere assoluto sugli altri. È questa ossessione a condurlo all’omicidio.

In entrambi i casi, però, c’è qualcosa che mi ha sempre affascinato: una capacità che normalmente consideriamo positiva viene spinta così oltre da trasformarsi nel suo contrario.

Ricordare è utile ma ricordare tutto potrebbe essere addirittura pericoloso.

Abbiamo sviluppato un’idea un po’ “scolastica” della lettura: leggo qualcosa, quindi dovrei essere in grado di ripeterlo. Se dopo qualche mese non ricordo buona parte del contenuto, significa che quella lettura è andata perduta.

Ma leggere un libro non equivale necessariamente a studiarlo per un esame.

Può succedere che delle trecento pagine restino tre idee. Una modifica leggermente un’opinione che avevamo. Un’altra si collega a qualcosa che avevamo letto anni prima. La terza riemerge sei mesi dopo durante una conversazione, magari senza che ricordiamo nemmeno più con precisione da quale libro provenisse.

Il resto progressivamente scompare.

Oppure diventa qualcosa di più difficile da riconoscere: entra nel sistema di concetti attraverso il quale interpretiamo ciò che incontriamo dopo.

È anche difficile stabilire quanto di un libro abbiamo davvero dimenticato. Il fatto di non riuscire a richiamare volontariamente un’informazione non significa necessariamente che di quell’esperienza non sia rimasto nulla. Memorizzazione e recupero sono problemi differenti, e una parte della ricerca contemporanea sull’oblio studia proprio il passaggio dei ricordi da stati più facilmente accessibili a stati meno accessibili.2

Questo rende un po’ meno sensata l’ossessione per la quantità di informazioni trattenute.

Se finisco un libro e dopo un anno ne ricordo perfettamente cinquanta nomi, venti date e l’ordine di tutti i capitoli, posso certamente vantare una memoria notevole. Ma non è detto che quel libro abbia modificato qualcosa nel mio modo di pensare.

Al contrario, potrei averne dimenticato quasi completamente il contenuto e aver conservato una sola idea che continuo a usare. E che, quindi, mi definisce e mi caratterizza come individuo.

Tra le due cose, non sono sicuro che sceglierei la prima.

Funes possiede tutto il proprio passato e proprio per questo fatica a trasformarlo in categorie. Noi perdiamo continuamente pezzi del nostro passato, delle conversazioni, dei libri, dei luoghi che abbiamo visto. È frustrante quando ce ne accorgiamo, perché vediamo solo ciò che è scomparso.

Vediamo molto meno facilmente il lavoro che quella perdita rende possibile.

Quindi quando, un mese dopo aver chiuso un libro, ci accorgiamo di ricordare tre idee e di aver dimenticato nomi, date, esempi e decine di pagine, forse la memoria non ci sta tradendo. Sta solo facendo una delle cose per cui esiste.

Fonti e approfondimenti

  1. Blake A. Richards, Paul W. Frankland, “The Persistence and Transience of Memory”, Neuron, 94(6), 2017, pp. 1071–1084. doi:10.1016/j.neuron.2017.04.037
  2. Tomás J. Ryan, Paul W. Frankland, “Forgetting as a form of adaptive engram cell plasticity”, Nature Reviews Neuroscience, 23, 2022, pp. 173–186. nature.com
  3. Jorge Luis Borges, “Funes, o della memoria”, in Finzioni, a cura di Antonio Melis, Adelphi (ed. originale Ficciones, 1944). adelphi.it
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