Tra palco e parquet
Un viaggio inatteso dalle logiche della prestazione alla verità della presenza.

In sintesi
- Dopo trentacinque stagioni di basket, il teatro è arrivato come alternativa: fisica ma non competitiva, strutturata ma creativa.
- Le somiglianze sono tante: allenamento, schemi, occupazione degli spazi, ascolto, pubblico.
- La differenza profonda: l’attore non recita, è il tramite tra il pubblico e la storia; il copione smette di essere da ricordare e diventa una conseguenza.
- Dalla logica della prestazione a quella della presenza: un laboratorio di umanità, più che di teatro.
Non era nei piani
Fino a qualche mese fa, se mi avessero detto che sarei salito su un palco a recitare, avrei probabilmente sorriso, scrollato le spalle e cambiato discorso.
Non perché avessi qualcosa contro il teatro. Ma perché, semplicemente, non era una possibilità che contemplavo.
A fare teatro, in famiglia, c’era mio figlio. Da due anni partecipava con entusiasmo a un laboratorio teatrale. Io, invece, continuavo a giocare a basket. Lo facevo da una vita, e anche se il corpo cominciava a mandare segnali chiari, continuavo a considerarlo il mio spazio naturale: sudore, parquet, schemi, pallone.
Poi, quasi per gioco, ho deciso di seguirlo. Non per ambizione, né per voglia di esibirmi.
Avevo bisogno di un’alternativa alla pallacanestro, qualcosa che fosse fisico ma non competitivo, strutturato ma creativo. Infatti, dopo aver chiuso con la pratica agonistica, cercavo un’attività che mi tenesse attivo nel corpo ma anche nella mente, che avesse regole – ma anche spazio per l’espressione.
Va detto che parlare in pubblico non mi è mai pesato. Per via del mio lavoro, sono abituato a gestire il flusso di un discorso: avere un’idea chiara, costruire un percorso logico, mantenerne il ritmo. Anche lì, esiste una sorta di copione – scritto o mentale – che ti guida mentre parli.
Una struttura invisibile, che però ti lascia anche lo spazio per improvvisare, per adattarti all’energia della sala, per ascoltare le reazioni e restare nel flusso.
Pensavo che questa esperienza mi avrebbe aiutato a sentirmi “al sicuro” anche in teatro. Ma non è andata così. O meglio: il copione teatrale è tutta un’altra cosa. E la differenza l’ho sentita fin da subito.
Non immaginavo che, qualche mese dopo, mi sarei ritrovato a vivere un’esperienza così profonda, coinvolgente, trasformativa. Un’esperienza che, a poco a poco, mi avrebbe mostrato somiglianze insospettabili con il basket – e differenze ancora più potenti.
Teatro e basket: più simili di quanto sembri

Ho smesso di giocare a basket dopo trentacinque stagioni passate sui campi. Non era più sostenibile, fisicamente. L’anca, le ginocchia, il recupero sempre più lento… Il corpo aveva cominciato a dire la sua. E, per la prima volta, l’ho ascoltato seriamente.
Ma trentacinque anni di attività agonistica non si archiviano con leggerezza. Ti modellano. Ti plasmano. Non solo nel fisico, ma nel modo in cui percepisci te stesso. Per me, il gesto sportivo è sempre stato legato a un obiettivo prestazionale. Allenarsi per migliorare. Partecipare per vincere. Superarsi. Essere utile alla squadra.
Quando ho iniziato teatro, portavo dentro questo schema. E in modo del tutto spontaneo, ho cominciato a notare le somiglianze. La preparazione, il lavoro settimanale, le esercitazioni di gruppo… sembravano uscite da un allenamento. Il copione, poi, era come lo schema di gioco: qualcosa da memorizzare, interiorizzare, usare come riferimento comune.
Anche il riscaldamento mi risultava familiare: una routine per attivare corpo e concentrazione, come prima di una partita. E poi l’occupazione degli spazi, le entrate in scena, i movimenti: identici a quelli della difesa a zona, dove ognuno ha un’area da presidiare ma deve anche reagire in base agli altri.
Poi la comunicazione non verbale, fatta di sguardi, accenni, posizionamenti. L’ascolto attivo, fondamentale per restare nel tempo giusto e rispondere all’energia dell’altro. La capacità di leggere la situazione in tempo reale, e di adattarsi, senza rompere l’armonia.
E poi c’è il pubblico.
Che nel basket si chiama tifo, e nel teatro diventa spettatore. Ma in entrambi i casi è parte integrante del gioco: reagisce, ti restituisce energia, crea empatia.1
Il click: quando il personaggio ti abita

Eppure, nonostante tutte queste affinità tra il teatro e il basket – che coglievo soprattutto nella prima parte degli incontri, fatta di esercizi, prove, schema e tecnica – col tempo sono emerse differenze profonde, soprattutto interiori.
All’inizio affrontavo il copione come un testo da studiare. Lo leggevo, lo ripetevo, lo imparavo. Un po’ come si memorizza uno schema di gioco o si prepara una presentazione professionale. Ma sentivo che qualcosa non funzionava. Ogni battuta mi sembrava una trappola, ogni entrata in scena un piccolo esame. Se dimenticavo anche solo una parola, andavo in tilt.
Ero lì, ma non c’ero davvero.
Poi qualcosa è cambiato. È successo grazie ai nostri maestri e registi (Margherita e Michele), che in una delle ultime prove hanno detto una frase semplice, ma potentissima:
“L’attore non recita. L’attore è il tramite tra il pubblico e la storia.”
Non si trattava solo di dire bene le battute. Si trattava di lasciar entrare il personaggio, fargli spazio dentro di sé, iniziare a pensare come lui. Ed è lì che ho capito la differenza: non sono io a usare il personaggio. È lui che, se lo lascio fare, usa me. A quel punto il copione smette di essere una sequenza da ricordare, e diventa una conseguenza. Non lo reciti. Lo segui.
Paradossalmente, è anche il momento in cui diventa tutto più facile. Perché non devi più ricordare ogni parola. Se ti perdi, il corpo e l’emozione ti riportano a casa. Non c’è più ansia da prestazione, c’è presenza. È una sensazione stranissima, eppure naturale. Quando accade, tutto inizia a fluire.2 E per la prima volta, non sei tu sul palco, ma qualcosa che ti attraversa.
La scena difficile

C’è stato un momento preciso in cui tutto questo è diventato reale. Una scena piuttosto complessa, sul piano tecnico e ritmico: cinque attori sul palco, io compreso, tutti a interrompersi a vicenda in una discussione concitata su come affrontare un pericolo imminente. Una “scena di gruppo”, come si dice in gergo, dove i dialoghi si sovrappongono, le entrate devono essere millimetriche, e il senso nasce non solo dalle parole, ma dal modo in cui si incastrano, si tagliano, si rincorrono.
All’inizio era un disastro. Ognuno recitava la propria parte come se fosse da solo, aggrappato al proprio pezzetto di copione. Il risultato era spezzato, meccanico, faticoso. Le pause venivano calpestate, le interruzioni arrivavano fuori tempo, la scena sembrava una brutta riunione di condominio. Troppe voci, nessuna armonia. Noi stessi, sul palco, eravamo tesi, concentrati a ricordare quando intervenire, più che a sentire cosa stava succedendo nella scena.
Poi, dopo giorni di tentativi e di frustrazione crescente, è successo qualcosa. È stato come se fossimo scesi dal piano mentale a quello emotivo. Le battute non erano più righe da ricordare, ma intenzioni da portare. Abbiamo smesso di aspettare il nostro turno e cominciato ad ascoltarci davvero. E a quel punto, paradossalmente, tutto è diventato semplice. Le voci si intrecciavano con naturalezza, gli sguardi anticipavano i tempi, i silenzi pesavano più delle parole. La scena, finalmente, viveva.
È stato uno dei momenti più gratificanti dell’intero percorso. Non perché fosse perfetto, ma perché era vero. Non era il copione a guidarci, eravamo noi – con i nostri corpi, le nostre pause, la nostra attenzione reciproca – a dare vita a quella pagina scritta. E quando è successo, mi è sembrato lo sentissero tutti. Una specie di scossa invisibile che ci ha attraversato. Non era più recitare. Era essere.
Conclusione: qualcosa è cambiato

Non so se continuerò a fare teatro. Probabilmente sì. Ma anche se questa dovesse restare un’esperienza isolata, una parentesi, qualcosa si è comunque spostato. Non fuori, ma dentro. Una specie di assestamento silenzioso, come quando cambi leggermente postura e ti accorgi di respirare meglio.
Per anni ho vissuto ogni attività con una logica di obiettivo. Fare bene, migliorare, essere all’altezza. Ogni azione, anche la più creativa, tendeva verso un risultato. Una prestazione da offrire, un traguardo da raggiungere, un metro con cui misurarsi. Il teatro, invece, ha una logica diversa. Più fluida, più aperta. Non si tratta di “vincere” qualcosa. Non c’è nulla da conquistare, solo qualcosa da attraversare.
A poco a poco ho iniziato a percepire che la scena non è un luogo da controllare, ma da abitare. Che non tutto va spiegato, e che non tutto deve riuscire perfettamente perché abbia senso. Alcune cose funzionano proprio perché traballano, perché sono “vive”. E più che la precisione, conta la presenza.
In fondo, non è stato solo un laboratorio teatrale. È stato un laboratorio di umanità. Di ascolto. Di attenzione. Di piccoli slittamenti interiori che poi, senza accorgertene, cambiano anche il modo in cui cammini per strada, parli con le persone, guardi tuo figlio quando esce lui sul palco.
Il teatro non è il contrario dello sport. È un’altra forma di tensione. Un’altra forma di gruppo. Un altro modo di esserci. E se oggi mi sento un po’ più disposto a lasciarmi attraversare, a non sapere tutto, a non avere sempre il controllo, è anche merito di quelle sere passate a provare, a sbagliare, a ridere, a cercare insieme.
Alla fine, quello che resta non sono le battute, né l’ordine preciso delle scene. È quel momento in cui ti togli il costume, scendi dal palco e senti che qualcosa, per un attimo, ha respirato insieme a te. Che non eri lì a interpretare, ma a condividere. Che in quello scambio – fragile, imperfetto, reale – hai lasciato qualcosa. E forse, hai anche ricevuto più di quanto ti aspettavi.
Tutte le immagini dell’articolo sono tratte da momenti di preparazione allo spettacolo “La Bestia”, messo in scena dal Progetto Teatro x Tutti.
Fonti e approfondimenti
- Peter Brook, Lo spazio vuoto (The Empty Space, 1968): il teatro come relazione tra chi agisce e chi guarda. penguin.co.uk
- Mihaly Csikszentmihalyi, Flow: The Psychology of Optimal Experience, Harper & Row, 1990. worldcat.org